

94. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi ...  un
piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.

Da: E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1993.

Se con le varie misure persecutorie attuate contro gli ebrei i
nazisti si proponevano non solo l'annientamento fisico ma anche
quello psichico delle loro vittime, con Etty Hillesum fallirono
completamente. Etty, una giovane donna di Amsterdam appartenente
alla borghesia intellettuale ebraica, visse le tragiche esperienze
degli anni 1941-1943, dalle prime discriminazioni attuate dai
nazisti che occupavano il suo paese alla deportazione ad Auschwitz
- dove mor nel novembre del 1943 -, con grande dignit e senza
perdere mai la sua straordinaria disponibilit ad amare; questa
anzi risulta consolidata da una fede che si fa progressivamente
pi profonda. Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui
che umilia, e colui che  umiliato e soprattutto: che si lascia
umiliare. Se manca il secondo, e cio se la parte passiva  immune
da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. Restano solo delle
disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i
giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose; Secondo
la radio inglese, dall'aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in
Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste
saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre.
Eppure non riesco a trovare assurda la vita;  L'unica cosa che
possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente
conti,  un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Queste
sono alcune delle riflessioni pi significative di Etty, tratte
dal suo diario, del quale qui riproduciamo alcuni passi.


Venerd [12 giugno 1942]. E ora sembra che gli ebrei non potranno
pi entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno
consegnare le loro biciclette, che non potranno pi salire sui
tram n uscir di casa dopo le otto di sera.
Se mi sento depressa per queste disposizioni - come stamattina,
quando per un momento le ho avvertite come una minaccia plumbea
che cercava di soffocarmi - non , per, per le disposizioni in
s. Mi sento semplicemente molto triste, e allora questa tristezza
cerca conferme.
Cos, una lezione poco piacevole che devo dare m'ispira
altrettanta paura e angoscia che le pi pesanti misure adottate
dalle forze di occupazione. Non sono mai le circostanze esteriori,
 sempre il sentimento interiore - depressione, insicurezza, o
altro - che d a queste circostanze un'apparenza triste o
minacciosa. Nel mio caso funziona sempre dall'interno verso
l'esterno, mai viceversa. Di solito le disposizioni pi minacciose
- e ce ne sono parecchie, attualmente - vanno a schiantarsi contro
la mia sicurezza e fiducia interiori, e una volta risolte dentro
di me, perdono molto della loro carica paurosa.

Sabato sera, mezzanotte e mezzo [20 giugno 1942].  Per umiliare
qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia, e colui che 
umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il
secondo, e cio se la parte passiva  immune da ogni umiliazione,
questa evapora nell'aria. Restano solo delle disposizioni
fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma
nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo
agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo
l'ampio cielo ai margini della citt, respiravo la fresca aria non
razionata. Dappertutto c'erano cartelli che ci vietano le strade
per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che ci
rimane c' pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci
niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la
vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale
o di un po' di libert di movimento, ma siamo noi stessi a
privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento
sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi,
col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo
che ogni tanto si pu esser tristi e abbattuti per quel che ci
fanno,  umano e comprensibile che sia cos. E tuttavia: siamo
soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e
mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di
me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La
vita e difficile, ma non  grave. Dobbiamo cominciare a prendere
sul serio il nostro lato serio, il resto verr allora da s: e
lavorare a se stessi non  proprio una forma d'individualismo
malaticcio. Una pace futura potr esser veramente tale solo se
prima sar stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si
sar liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o
popolo, se avr superato quest'odio e l'avr trasformato in
qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non  chiedere
troppo. E' l'unica soluzione possibile. E cos potrei continuare
per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternit che ci portiamo
dentro pu esser espresso in una parola come in dieci volumoni.
Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio,
nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.

Luned mattina, le dieci [29 giugno 1942]. Dio non  responsabile
verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui. So quel che ci pu
ancora succedere. Adesso io sono separata dai miei genitori e non
li posso raggiungere, anche se si trovano a due ore di viaggio da
qui: ma so esattamente in che casa abitano, so che non patiscono
la fame e che sono circondati da molte persone ben disposte verso
di loro. E anche loro sanno dove sto io. Ma potr venire un tempo
in cui non sapr pi niente, e i miei genitori saranno deportati e
moriranno miseramente, chiss dove: so che pu succedere. Le
ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati
dall'Olanda in Polonia, passando per il Drenthe. E secondo la
radio inglese, dall'aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in
Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste
saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre.
Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non  nemmeno
responsabile verso di noi per le assurdit che noi stessi
commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono gi morta mille volte
in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi
preoccupo pi per le notizie future: in un modo o nell'altro, so
gi tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato.
Ogni minuto.

3 luglio 1942, venerd sera, le otto e mezzo. Sono sempre seduta
alla medesima scrivania, ma a questo punto dovrei tirare una riga
e proseguire su un tono diverso. Dobbiamo trovare posto per una
nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento,
non possiamo pi farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo
accettare la realt per continuare a vivere. [...].
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale
annientamento. Ora lo so. Non dar pi fastidio con le mie paure,
non sar amareggiata se altri non capiranno cos' in gioco per noi
ebrei. Una sicurezza non sar corrosa o indebolita dall'altra.
Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo
la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi pi
il coraggio di dirlo  quando mi trovo in compagnia.

Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]. Mio Dio, sono
tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al
buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano
immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio,
soltanto una piccola cosa: cercher di non appesantire l'oggi con
i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo
richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha gi la sua parte.
Cercher di aiutarti affinch tu non venga distrutto dentro di me,
ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, per, diventa
sempre pi evidente per me, e cio che tu non puoi aiutare noi, ma
che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi
stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche
l'unica che veramente conti,  un piccolo pezzo di te in noi
stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a
disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. S, mio Dio,
sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze
attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in
causa la tua responsabilit, pi tardi sarai tu a dichiarare
responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la
mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te,
difendere fino all'ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che
all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo
aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento - invece di salvare
te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici
ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i
costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno.
Dimenticano che non si pu essere nelle grinfie di nessuno se si 
nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po' pi tranquilla, mio
Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrer con te molto
spesso, d'ora innanzi, e in questo modo ti impedir di
abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi
scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io
continuer a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccer
via dal mio territorio.

Westerbork, 18 agosto [1943]. Mi hai resa cos ricca, mio Dio,
lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita 
diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico
grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del
campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti
al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che
sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera,
quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio,
lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa  la mia
preghiera. Sono molto, molto stanca, gi da diversi giorni, ma
anche questo passer, tutto avviene secondo un ritmo pi profondo
che si dovrebbe insegnare ad ascoltare,  la cosa pi importante
che si pu imparare in questa vita. Io non combatto contro di te,
mio Dio, tutta la mia vita  un grande colloquio con te. Forse non
diventer mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento
gi fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere
delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo
prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene
tutto e allora non ho pi bisogno di dire quelle altre cose. E la
mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le
ondate del mio cuore sono diventate qui pi lunghe, mosse e
insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore
cresca ancora.

                                    Etty
